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Tempo passato, tempo che arriva
Tratto dalle citazioni raccolte nel mio quaderno di Pazienza.
"Dean tirò fuori altre foto. Mi resi conto che quelle erano le uniche istantanee che i nostri figli avrebbero guardato un giorno con stupore, convinti che i loro genitori avessero vissuto una vita tranquilla, ordinata, come quella delimitata dall'inquadratura delle foto, alzandosi al mattino per camminare fieri sui marciapiedi della vita, senza nemmeno immaginare l'aspra follia e ribellione della nostra esistenza reale, della nostra notte, l'inferno, l'insensata strada d'incubo". (Sulla strada - Jack Kerouac)
Noi non immaginiamo il nostro futuro con dei figli ai quali raccontare del nostro passato. Perchè il nostro passato rimarrà sepolto in nostalgici sguardi da regalare al vuoto, per i nostri figli saremo realmente le persone che vedranno intrappolate nelle inquadrature delle foto- quelle che permetteremo loro di vedere.
Via i festini alcolici e i falò in spiaggia, lasceremo spazio a poche foto di gruppo, le gite scolastiche, poche smorfie. Poi di noi dovrà esserci l'immagine seria di chi proibirà tutte le cose che ha fatto in passato.
O forse daremo loro la possibilità di immaginarci nella nostra normale follia adolescenziale, senza troppi proibizionismi, senza imporre nulla. Racconteremo del primo spinello e delle giornate di scuola passate altrove, su un autobus verso qualche meta vicina o in giro per il paese. O forse sarà più comodo nascondere tutto, senza raccontare di quella volta che. Senza raccontare di viaggi e corse euforiche, senza parlare delle canzoni che si cantavano e del nonsenso che si creava, nascondendo tutto sotto la polvere degli anni che ci vorrà vedere belli e sorridenti nel ruolo di persone mature, quelle che mai saremo.
Forse dei figli nemmeno li avremo, ma il nostro passato ce lo terremo dentro come un ricordo troppo prezioso da sgualcire regalandolo all'aria del presente.
Semplicemente stiamo tutti camminando sui marciapiedi della vita, in un misto di follia e ribellione che sembrano non esserci-non come per Jackie. Camminiamo nel buio della nostra notte, l'inferno, senza curarci di quel che verrà dopo, senza pensare che quel dopo sarà composto da questi attimi, passati a chiedersi "cosa dirò un giorno a mio figlio?".
Io, se mai dovessi averne uno, a mio figlio direi che sognavo una libertà inesistente, che emanavo insofferenza verso i luoghi che mi avevano generata, che il mio sogno più grande era quello di scappare, di essere un nessuno tra miliardi di nessuno, con una storia personale da tenermi dentro, con gli occhi intrisi di mille luoghi diversi e il sapore di vecchi baci sulle labbra, di quei sapori che non si lavano via e che ritornano e si fanno sentire anche solo se li pensi. Io dirò a mio figlio di correre sulla sabbia e di urlare al cielo tutta la sua rabbia per tutte le incomprensioni e i "stasera resti a casa", e di vomitare anche l'anima quando berrà il suo whiskey di nascosto, di ridere a crepapelle quando inizierà a fumare, ma di non perdersi. Gli dirò di mantenersi in equilibrio sul marciapiede della vita, di non barcollare come un vecchio ubriacone senza dimora e senza speranza.
Perchè in fondo va bene così, con tutti i no, con le cose fatte di nascosto, con le corse per non arrivare tardi, per non farsi scoprire. Io dirò a mio figlio che rivorrei il mio tempo, anche se allora me ne stavo lamentando.
O forse deciderò di rimanere in silenzio a guardare la vita scorrergli dentro come succedeva a me, tutta quella voglia d'andare e di fare per poi scoprire che...
E amerò la mia vita, decisamente. Come la amo adesso, che la figlia sono io.
Questo suppongo sia l'emblema di tutti i nostri giorni. Anche se siamo sparsi per gli angoli della terra. Siamo quello che abbiamo vissuto.
Mostro generato dal sonno della ragione di
JollyyRoger alle 14:31
in altrove
